Ho incontrato il dio Proteo, era appena nato e correva giu' dalla montagna verso il suo stato di lago di Corbara.
Ero nella forra di Prodo e l'ho visto: "Lo vedrete mutare parvenza, e assumere quante sian sulla terra; e in acqua cangiarsi e in rutilo fuoco."
Ma questo dio astuto che conosce presente passato e futuro non svela mai la sua intera saggezza. Egli rispondera' solo alla domanda rivoltagli, e cio' che rivelera' sara' grande o meschino, secondo il tenore della domanda.
E Proteo viene sempre rappresentato sopra la materia, e per interrogare la sua conoscenza bisogna imprigionarlo mentre si trasforma in ogni cosa.
Perche' nella materia scavata dall acqua si ritrova il presente il passato ed il futuro.
E si possono avere le risposte alle proprie paure.
Del vuoto, del profondo, del punto di non ritorno, degli altri, del freddo, della corrente, della forza dell acqua che schiaffeggia e modella la materia, che scava la montagna enorme.
Sono quasi tutte insieme le nostre paure e, come nella nostre mitologie e nelle nostre fiabe,
si trasformano da amichevoli in trappole senza scampo, in errori sacrificali da compiere nel nostro percorso.
Percorriamo la materia seguendo il flusso delle emozioni e veniamo travolti dal flusso dell acqua impetuoso, instancabile, a momenti placido a momenti violento.
Ma sopratutto possiamo agire sulla materia.
Il principio che la non forma puo' agire sulla forma e' intorno a noi.
E' il mondo onirico della forra che rispecchia il cosmo.
E se la forma e' apparenza, se la paura e' apparenza, imprigionarla ci da la risposta alle nostre paure: cortocircuiti mentali, distrazioni dall essenza, dal vaticinio Proteo che va oltre la apparenza alla materia primigenia.
Un incontro difficile da fare cosi' intensamente.
Forse un emozione come incontrare le opere del plasmatore di pietra Gaudi'.
Una materia inerte che pero' viene accarezzata, ammorbidita, scavata dalla corrente.
E' una allegoria del nostro mondo interiore che e' una rappresentazione del mondo esteriore.
Non piu' forma ma materia.
Perdendo la forma si arriva alla materia, possiamo cambiarla con i nostri ruoli, possiamo specchiare le nostre etichette nella societa' e cerchiamo di nuove e di originali ma cambiando le nostre forme arriviamo alla conoscenza di Proteo.
Possiamo farlo facendoci guidare dalle nostre domande piu' sonore ed importanti.
Calatevi anche voi lungo i fiumi della vita: si vivranno avventure straordinarie, mutando tutte le forme possibili, incontrandole o vivendole ed andando oltre verso la materia prima.
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lunedì 24 marzo 2014
lunedì 17 marzo 2014
Tanti tanti auguri
In genere si fanno gli auguri di buone feste, di buon anno, di felicita' eccetera.
Ma vorrei mettere a fuoco gli auguri e dargli molta piu' importanza di quella che spesso hanno: non ti piacerebbe ricevere gli auguri ogni giorno? Forse dopo un po di stuferemmo ma di certo fra un augurio ed un malaugurio non avremmo dubbi a scegliere.
Eppure per poter ricevere tutti gli auguri che meritiamo abbiamo bisogno solo di una piccola, grande cosa: un tempio...
Si forse esagero un po'... ma mi piace farlo perche' esagerando ci si ritrova in posti nuovi:
"...il tempio e' un posto dedicato agli dei e gli antichi etruschi avevano uno o piu' augure che in uno spazio preciso, il tempio appunto, interpretava i segni degli dei sulle decisioni GIA' prese dagli uomini...".
Abbiamo colto questa sottile differenza?
Cioe' oggi ci si rivolge all'avvocato al commercialista al dottore allo psicologo al maestro al coach al prete e invece un tempo ci si rivolgeva direttamente agli dei!
Ma non solo ci si rivolgeva agli dei ma questi ci rispondevano anche!!!
Superstizione? Magia? Suggestione? Empiaggine?
Da wikipedia, Augure:
Il compito degli auguri era quello di trarre auspicia dall'osservazione del volo, del comportamento e del verso degli uccelli per capire se gli dèi approvavano o no l'agire umano sia nell'ambito pubblico che in quello privato, sia in pace che in guerra (auspicia deriva da aves specere, cioè "osservare gli uccelli"). L'augure non doveva predire quale fosse la cosa migliore da fare, ma solo se un qualcosa su cui si era già deciso incontrasse o meno l'approvazione divina.[4]
L'arte degli auguri era chiamata augùrio o auspìcio. L'àugure, come insegna, aveva un bastone ricurvo a forma di punto interrogativo: il lituo.
Niente tavole della legge? Niente Bibbie, Corano, Vangelo? Accidenti che mancanza di regole. No adesso per fortuna ogni religioso sa bene quello che si puo' e quello che non si puo' fare, ogni cittadino modello ha un bel codice civile che si puo' studiare e addirittura ci sono i religiosi piu' religiosi che leggono le regole meglio degli altri e i giudici che battono martelli.
Tu di chi hai bisogno? Ci facciamo un tempio? piccolo, segreto, magari un ermo colle, magari il colle Palatino, dove nacque Roma e dove Romolo uccise Remo dopo aver cercato deciso di essere lui l' unico e trovato i segni degli dei al suo piano.
Possiamo dire che ha sbagliato? Possiamo dire che e' solo leggenda?
E noi quando scriviamo la nostra laggenda? Segnamo il nostro tempio:
una stanza, un quaderno, un luogo dove poter osservare i nostri auspici e tornare a parlare con gli dei, nascosti ai nostri occhi dai mercanti del tempio, scacciamoli, riprendiamo il nostro tempio per riprendere le nostre forze piu' vitali, le nostre decisioni piu' profonde in cui possiamo anche sfidare gli dei se ci sentiamo abbastanza forti.
O rinunciare anche alle nostre idee, ma ritrovando un dialogo interiore che puo' essere comunicazione con gli dei ma sempre e certamente dopo aver deciso: non chiediamo il confronto prima di decidere, questo e' solo una corrosione di tempo e forza.
Decidiamo e chiediamo parere agli dei, chiediamo i loro auguri e se invece ci malediranno sapremo che dovremo essere ancora piu' forti.
Io oggi inizio a costruire il mio tempio: il mio rettangolo nel cielo e domani andro' a cercare gli auguri degli dei e dopodomani continuero' a costruirlo. Ettu'?
Ma vorrei mettere a fuoco gli auguri e dargli molta piu' importanza di quella che spesso hanno: non ti piacerebbe ricevere gli auguri ogni giorno? Forse dopo un po di stuferemmo ma di certo fra un augurio ed un malaugurio non avremmo dubbi a scegliere.
Eppure per poter ricevere tutti gli auguri che meritiamo abbiamo bisogno solo di una piccola, grande cosa: un tempio...
Si forse esagero un po'... ma mi piace farlo perche' esagerando ci si ritrova in posti nuovi:
"...il tempio e' un posto dedicato agli dei e gli antichi etruschi avevano uno o piu' augure che in uno spazio preciso, il tempio appunto, interpretava i segni degli dei sulle decisioni GIA' prese dagli uomini...".
Abbiamo colto questa sottile differenza?
Cioe' oggi ci si rivolge all'avvocato al commercialista al dottore allo psicologo al maestro al coach al prete e invece un tempo ci si rivolgeva direttamente agli dei!
Ma non solo ci si rivolgeva agli dei ma questi ci rispondevano anche!!!
Superstizione? Magia? Suggestione? Empiaggine?
Da wikipedia, Augure:
Il compito degli auguri era quello di trarre auspicia dall'osservazione del volo, del comportamento e del verso degli uccelli per capire se gli dèi approvavano o no l'agire umano sia nell'ambito pubblico che in quello privato, sia in pace che in guerra (auspicia deriva da aves specere, cioè "osservare gli uccelli"). L'augure non doveva predire quale fosse la cosa migliore da fare, ma solo se un qualcosa su cui si era già deciso incontrasse o meno l'approvazione divina.[4]
L'arte degli auguri era chiamata augùrio o auspìcio. L'àugure, come insegna, aveva un bastone ricurvo a forma di punto interrogativo: il lituo.
Niente tavole della legge? Niente Bibbie, Corano, Vangelo? Accidenti che mancanza di regole. No adesso per fortuna ogni religioso sa bene quello che si puo' e quello che non si puo' fare, ogni cittadino modello ha un bel codice civile che si puo' studiare e addirittura ci sono i religiosi piu' religiosi che leggono le regole meglio degli altri e i giudici che battono martelli.
Tu di chi hai bisogno? Ci facciamo un tempio? piccolo, segreto, magari un ermo colle, magari il colle Palatino, dove nacque Roma e dove Romolo uccise Remo dopo aver cercato deciso di essere lui l' unico e trovato i segni degli dei al suo piano.
Possiamo dire che ha sbagliato? Possiamo dire che e' solo leggenda?
E noi quando scriviamo la nostra laggenda? Segnamo il nostro tempio:
una stanza, un quaderno, un luogo dove poter osservare i nostri auspici e tornare a parlare con gli dei, nascosti ai nostri occhi dai mercanti del tempio, scacciamoli, riprendiamo il nostro tempio per riprendere le nostre forze piu' vitali, le nostre decisioni piu' profonde in cui possiamo anche sfidare gli dei se ci sentiamo abbastanza forti.
O rinunciare anche alle nostre idee, ma ritrovando un dialogo interiore che puo' essere comunicazione con gli dei ma sempre e certamente dopo aver deciso: non chiediamo il confronto prima di decidere, questo e' solo una corrosione di tempo e forza.
Decidiamo e chiediamo parere agli dei, chiediamo i loro auguri e se invece ci malediranno sapremo che dovremo essere ancora piu' forti.
Io oggi inizio a costruire il mio tempio: il mio rettangolo nel cielo e domani andro' a cercare gli auguri degli dei e dopodomani continuero' a costruirlo. Ettu'?
lunedì 10 marzo 2014
Si puo' fare la scarpetta?
Mio nonno mi diceva sempre di non farla quando qualche ospita veniva a trovarci.
Eppure era il boccone piu' prelibato di qualsiasi pranzo luculliano e vario.
E' un senso di piena soddisfazione, e' un punto di arrivo di qualsiasi sensazione piu' naturale eppure pulire il piatto e' spesso considerato come un senso di appetito antico, mai sopito, e' sintomo di non aver mangiato abbastanza e chissa' quando ricapitera'...
E fare le scarpe? E' come fare la scarpetta? Un desiderio di andare oltre la propria portata? Il proprio piatto e quindi di prendere qualcosa che, in genere, e' nel piatto di un altro?
Un tempo per andare al lavoro bisognava andarci a piedi e avere le scarpe permetteva di arrivarci prima e meglio e quindi le scarpe erano il nostro passaporto per la sopravvivenza.
E quindi ancora adesso quando possiamo cerchiamo di fare le scarpe.
Ovviamente possiamo farle solo a chi e' vicino a noi, tanto vicino da potergliele rubare mentre dorme...
Dobbiamo usare la nostra scaltrezza, la nostra sagacia e ogni artefizio per poter prendere le scarpe di un altro e farle nostre e nonostante questo il gesto e' vissuto sempre come un tradimento da chi lo subisce e con un piccolo senso di colpa per chi lo effettua.
E' come un Esau' vendiamo il nostro diritto al regno per un piatto di lenticchie.
Per un piatto di lenticchie facciamo le scarpe a chi ci e' vicino.
Giusto o sbagliato poco importa e certo non posso essere io a dirlo ma di certo considero la competizione come una evoluzione della schiavitu'.
La competizione nasce su una base di scarsita', e' quando si compete per la vita si sa che il piu' forte sopravvive ma questa ansia esistenziale di sopravvivenza quanto ci ha fatto rinunciare a riconoscere che spesso non serve rubare le scarpe, che anzi cooperando i risultati possono essere molto maggiori di qualsiasi competizione individulista.
Si puo' essere i migliori e forse si puo' dedicare ogni respiro ad essere il migliore, il piu' forte, ma spesso per farlo si cerca di essere unici e si rimane soli e tristi.
Oppure iniziare a godere dei propri successi, iniziare a godere degli insuccessi altrui.
E passare da una scarpetta colle dita unte ad un nuovo piatto da ingozzare.
Possiamo scegliere in ogni momento di fare la scarpetta e goderci la nostra razione o di fare le scarpe per nuovi piatti prelibati da mangiare ancora.
Fermiamoci un secondo a riflettere e poi facciamo la nostra scelta ma ricordandoci che e' solo e semplicemente una scelta e non un obbligo, non una necessita'.
Scarpe o scarpetta?
Eppure era il boccone piu' prelibato di qualsiasi pranzo luculliano e vario.
E' un senso di piena soddisfazione, e' un punto di arrivo di qualsiasi sensazione piu' naturale eppure pulire il piatto e' spesso considerato come un senso di appetito antico, mai sopito, e' sintomo di non aver mangiato abbastanza e chissa' quando ricapitera'...
E fare le scarpe? E' come fare la scarpetta? Un desiderio di andare oltre la propria portata? Il proprio piatto e quindi di prendere qualcosa che, in genere, e' nel piatto di un altro?
Un tempo per andare al lavoro bisognava andarci a piedi e avere le scarpe permetteva di arrivarci prima e meglio e quindi le scarpe erano il nostro passaporto per la sopravvivenza.
E quindi ancora adesso quando possiamo cerchiamo di fare le scarpe.
Ovviamente possiamo farle solo a chi e' vicino a noi, tanto vicino da potergliele rubare mentre dorme...
Dobbiamo usare la nostra scaltrezza, la nostra sagacia e ogni artefizio per poter prendere le scarpe di un altro e farle nostre e nonostante questo il gesto e' vissuto sempre come un tradimento da chi lo subisce e con un piccolo senso di colpa per chi lo effettua.
E' come un Esau' vendiamo il nostro diritto al regno per un piatto di lenticchie.
Per un piatto di lenticchie facciamo le scarpe a chi ci e' vicino.
Giusto o sbagliato poco importa e certo non posso essere io a dirlo ma di certo considero la competizione come una evoluzione della schiavitu'.
La competizione nasce su una base di scarsita', e' quando si compete per la vita si sa che il piu' forte sopravvive ma questa ansia esistenziale di sopravvivenza quanto ci ha fatto rinunciare a riconoscere che spesso non serve rubare le scarpe, che anzi cooperando i risultati possono essere molto maggiori di qualsiasi competizione individulista.
Si puo' essere i migliori e forse si puo' dedicare ogni respiro ad essere il migliore, il piu' forte, ma spesso per farlo si cerca di essere unici e si rimane soli e tristi.
Oppure iniziare a godere dei propri successi, iniziare a godere degli insuccessi altrui.
E passare da una scarpetta colle dita unte ad un nuovo piatto da ingozzare.
Possiamo scegliere in ogni momento di fare la scarpetta e goderci la nostra razione o di fare le scarpe per nuovi piatti prelibati da mangiare ancora.
Fermiamoci un secondo a riflettere e poi facciamo la nostra scelta ma ricordandoci che e' solo e semplicemente una scelta e non un obbligo, non una necessita'.
Scarpe o scarpetta?
martedì 25 febbraio 2014
The voice
My way di Frank Sinatra recita:
"E ora la fine è vicina
E quindi affronto l'ultimo sipario
Amico mio, lo dirò chiaramente
Ti dico qual è la mia situazione,
della quale sono certo
Ho vissuto una vita piena
Ho viaggiato su tutte le strade
Ma più. Molto più di questo
L'ho fatto a modo mio."
Ed io l ho fatto a modo mio? O sono stato ad ascoltare le chiacchiere dei miei genitori, dei miei amici, dei miei idoli? della legge o della morale? Ma la domanda di stasera e' un'altra: quale voce ascoltiamo? E che cosa ci dice di fare questa voce? Che noi spesso chiamiamo pensiero, chiamamo raziocinio e ovviamente non ha a che fare con nessuno dei due.
Scaligero ci ricorda che "L'uomo conosce e in qualche modo domina il mondo, mediante il pensiero. La contraddizione è che egli non conosce né domina il pensiero. Il pensiero permane un mistero a se stesso."
Ma quindi ci comportiamo seguendo il nostro cosiddetto pensiero, ma di lui non sappiamo assolutamente nulla. Su questo le neuroscienze stanno facendo lunghi studi e sicuramente ci saranno scoperte eclatanti, ma intanto noi?
Come facciamo ad usare uno strumento meraviglioso che nemmeno conosciamo?
Io indico sempre la programmazione neurolinguistica come un modello di riferimento per interagire con la macchina meravigliosa ma ingovernabile della nostra testa.
E dico innanzitutto: i pensieri che circolano e ci guidano sono veramente i nostri? Ovvero sono allineati con la nostra natura piu' profonda? BOH e' una risposta tipica, allora rigiriamo la domanda per avere una miglior risposta: I nostri pensieri sono in linea con le nostre azioni o spesso sono in direzioni opposte? Tanto piu' e' vero questo tanto piu' allora vuol dire che i nostri pensieri non sono allineati con noi stessi e quindi probabilmente i nostri pensieri sono frutto di una "programmazione" di qualcuno a noi vicino, la televisione o altro.
Ma se questo e' vero allora vuol dire che noi possiamo modificare il nostro pensiero!
E se qualcuno lo modifica a noi noi possiamo modificarlo sicuramente a noi stessi.
Spesso puntiamo a modificare le azioni, e' sicuramente l'approccio piu' giusto ma cambiare il pensiero da la vertigine dell intuizione nuova, un cambio di paradigma che ti smonta e ricostruisce un mondo in un lampo, questi da quanto non li proviamo?
Non ti posso dire il segreto per modificare il pensiero ma cerchero' la mia strada con i miei strumenti come tu la tua e certamente sara' una ricerca lunga ma ne vale davvero la pena. Tornare ad essere sani creatori di pensieri senza farsi influenzare, o riconoscendo l'influenza come esterna e quasi sempre non necessaria. E se proprio deve essere influenza che sia la nostra piu' profonda, intensa, motivante, cambiando gli obiettivi finalmente in intenzioni perche' l intenzione rimane e permane anche se non si raggiunge lo scopo, perche' fa parte di noi, fino al momento di ...cambiare intenzioni! ma sempre e solo in linea con pensiero e azione.
"E ora la fine è vicina
E quindi affronto l'ultimo sipario
Amico mio, lo dirò chiaramente
Ti dico qual è la mia situazione,
della quale sono certo
Ho vissuto una vita piena
Ho viaggiato su tutte le strade
Ma più. Molto più di questo
L'ho fatto a modo mio."
Ed io l ho fatto a modo mio? O sono stato ad ascoltare le chiacchiere dei miei genitori, dei miei amici, dei miei idoli? della legge o della morale? Ma la domanda di stasera e' un'altra: quale voce ascoltiamo? E che cosa ci dice di fare questa voce? Che noi spesso chiamiamo pensiero, chiamamo raziocinio e ovviamente non ha a che fare con nessuno dei due.
Scaligero ci ricorda che "L'uomo conosce e in qualche modo domina il mondo, mediante il pensiero. La contraddizione è che egli non conosce né domina il pensiero. Il pensiero permane un mistero a se stesso."
Ma quindi ci comportiamo seguendo il nostro cosiddetto pensiero, ma di lui non sappiamo assolutamente nulla. Su questo le neuroscienze stanno facendo lunghi studi e sicuramente ci saranno scoperte eclatanti, ma intanto noi?
Come facciamo ad usare uno strumento meraviglioso che nemmeno conosciamo?
Io indico sempre la programmazione neurolinguistica come un modello di riferimento per interagire con la macchina meravigliosa ma ingovernabile della nostra testa.
E dico innanzitutto: i pensieri che circolano e ci guidano sono veramente i nostri? Ovvero sono allineati con la nostra natura piu' profonda? BOH e' una risposta tipica, allora rigiriamo la domanda per avere una miglior risposta: I nostri pensieri sono in linea con le nostre azioni o spesso sono in direzioni opposte? Tanto piu' e' vero questo tanto piu' allora vuol dire che i nostri pensieri non sono allineati con noi stessi e quindi probabilmente i nostri pensieri sono frutto di una "programmazione" di qualcuno a noi vicino, la televisione o altro.
Ma se questo e' vero allora vuol dire che noi possiamo modificare il nostro pensiero!
E se qualcuno lo modifica a noi noi possiamo modificarlo sicuramente a noi stessi.
Spesso puntiamo a modificare le azioni, e' sicuramente l'approccio piu' giusto ma cambiare il pensiero da la vertigine dell intuizione nuova, un cambio di paradigma che ti smonta e ricostruisce un mondo in un lampo, questi da quanto non li proviamo?
Non ti posso dire il segreto per modificare il pensiero ma cerchero' la mia strada con i miei strumenti come tu la tua e certamente sara' una ricerca lunga ma ne vale davvero la pena. Tornare ad essere sani creatori di pensieri senza farsi influenzare, o riconoscendo l'influenza come esterna e quasi sempre non necessaria. E se proprio deve essere influenza che sia la nostra piu' profonda, intensa, motivante, cambiando gli obiettivi finalmente in intenzioni perche' l intenzione rimane e permane anche se non si raggiunge lo scopo, perche' fa parte di noi, fino al momento di ...cambiare intenzioni! ma sempre e solo in linea con pensiero e azione.
lunedì 17 febbraio 2014
A Carnevale ogni scherzo vale
Studiosi e ricercatori hanno collegato la festa di carnevale agli antichi saturnali romani o ancora prima alle feste per l inizio dell anno agricolo.
Ma voglio solo invitarvi a festaggiarlo.
Ormai e' spesso diventata una festa di poco conto, riservata ai bambini. E noi adulti perdiamo qualche giornata per conoscere meglio le nostre parti piu' nascoste.
Come facciamo a scoprirci se non indossando la nostra maschera migliore?
Come possiamo assumere forme mostruose o invereconde se non quando possiamo farlo a nome di qualcuno o qualcos' altro?
Festeggiamo un altro io, ridiamo di parti di noi nascoste e vilipese.
Tiriamo fuori i nostri mille volti e rendiamoli pubblici, rendiamo ridicoli i nostri tic e facciamo offendere le nostre virtu'.
Comportiamoci da ricchi se siamo poveri e da poveri se siamo ricchi.
Entriamo nel mondo parallelo del diverso, dell altero, dell' altro, del contrario.
Viviamo le nostre nuove giornate in una nuova maschera.
Le nostre parti nascoste prenderanno aria e si rifocilleranno prima di tornare a riposarsi per un altro anno.
Da che mi vesto? Scegliamolo il nostro vestito anche senza attenzione, le nostre parti inconsce sapranno trovare la giusta risposta fra il caso e l'opportunita' di farsi vive per un momento, di presentarsi a noi.
Oppure gia' sai quale ruolo interpretare?
Ogni licenza e' lecita, ogni regola smessa, ogni rispetto per il potere abolito.
Si puo' andare oltre l'ordine costituito per un momento.
E si puo' fare, e non farlo non ci allena ad essere nuovi, completi.
Le grasse risate, gli scherzi infantili sono un toccasana per i nostri equilibri interiori.
Girare il mondo al contrario puo' liberare la nostra parte luciferina e smessa.
Un vestito nuovo, una personalita' nuova, un gioco innocente da fare per essere piu' seri e piu' uomini completi durante il resto dell'anno.
Non perdere l'occasione recita un film di carnevale, scegli un vestito e vai, come su una simulazione di psicologia psicocorporea: esprimi e troverai nuove parole e nuove strade.
Ma voglio solo invitarvi a festaggiarlo.
Ormai e' spesso diventata una festa di poco conto, riservata ai bambini. E noi adulti perdiamo qualche giornata per conoscere meglio le nostre parti piu' nascoste.
Come facciamo a scoprirci se non indossando la nostra maschera migliore?
Come possiamo assumere forme mostruose o invereconde se non quando possiamo farlo a nome di qualcuno o qualcos' altro?
Festeggiamo un altro io, ridiamo di parti di noi nascoste e vilipese.
Tiriamo fuori i nostri mille volti e rendiamoli pubblici, rendiamo ridicoli i nostri tic e facciamo offendere le nostre virtu'.
Comportiamoci da ricchi se siamo poveri e da poveri se siamo ricchi.
Entriamo nel mondo parallelo del diverso, dell altero, dell' altro, del contrario.
Viviamo le nostre nuove giornate in una nuova maschera.
Le nostre parti nascoste prenderanno aria e si rifocilleranno prima di tornare a riposarsi per un altro anno.
Da che mi vesto? Scegliamolo il nostro vestito anche senza attenzione, le nostre parti inconsce sapranno trovare la giusta risposta fra il caso e l'opportunita' di farsi vive per un momento, di presentarsi a noi.
Oppure gia' sai quale ruolo interpretare?
Ogni licenza e' lecita, ogni regola smessa, ogni rispetto per il potere abolito.
Si puo' andare oltre l'ordine costituito per un momento.
E si puo' fare, e non farlo non ci allena ad essere nuovi, completi.
Le grasse risate, gli scherzi infantili sono un toccasana per i nostri equilibri interiori.
Girare il mondo al contrario puo' liberare la nostra parte luciferina e smessa.
Un vestito nuovo, una personalita' nuova, un gioco innocente da fare per essere piu' seri e piu' uomini completi durante il resto dell'anno.
Non perdere l'occasione recita un film di carnevale, scegli un vestito e vai, come su una simulazione di psicologia psicocorporea: esprimi e troverai nuove parole e nuove strade.
lunedì 10 febbraio 2014
Giustiziare
Ormai la giustizia e' diventata ostaggio di chi urla meglio o con piu' mezzi di comunicazione a sua disposizione.
Una volta giustiziare era il polso duro del potere che richiamava la paura per seguire le proprie regole a tutti i cittadini.
Eppure la giustizia nasceva come dike grega, una forma di civilta' opposta e sensata alla tracotanza barbara, alla hybris, condannata per sempre come superbia.
Possiamo parlare di tutte le virtu' ma lo spartiacque fra la civilta' e la barbaria la da proprio la giustizia, il senso di un ordine degli uomini sugli uomini.
Scrollandosi di dosso la giustizia della natura si da finalmente un potere all'uomo e lo si rende simile a Dio.
Spesso il dio cristiano ci da la grazia della giustizia, e siamo richiamati a rimettere ai nostri debitori per rispetto di un dio, che nei secoli e' stato avvicinato alla civilta', alla morale, alla coscienza, alla liberta, all opportunismo.
E il nostro cinismo non basta per essere indifferenti alle ingiustizie.
Uno sdegno profondo brucia nelle nostre vene.
Eppure i piu' furbi che si fanno giustiziare, richiamano ancora la giustizia, per dimostrare che la giustizia applicata e' malata e contorta e che esiste una giustizia superiore, non divina, ma una giustizia libertaria in cui la morale ha solo un valore di convenienza, un valore di normalizzazione, di sopraffazione del potere nei confronti del debole.
Certo chi detiene il potere di esercitare la giustizia puo' truccare la bilancia come vuole, in nome di una giustizia naturale piu' alta, ma spesso questi trucchi servono solo a guadagnare qualche tempo di vantaggio nei confronti dell inevitabile.
A meno che non si abbia cosi' tanta forza da cambiare il senso di giustizia e renderlo come una misura di equilibrio nella civilta', come una moderazione delle differenze, come una prigionia del talento e delle novita'.
La giustizia si confonde con il proprio interesse, che trova sempre una "giustificazione".
Conviene stare all erta nel sollevare la bilancia e nel brandire la spada.
E avere la forza di poggiare nei piatti della bilancia i nostri errori, i nostri orrori prima di pesare quelli altrui.
E possiamo farlo proprio nel momento in cui urliamo il nostro sdegno: possiamo scacciare la nostra hybris piu' violenta e richiamare la virtu' piu' profonda che ci avvicina al nostro dio pensante.
Senza giustizia non c'e' futuro per l'umanita', possiamo esercitarla nelle nostre giornate di scontri quotidiani con i nostri simili e poi richiamarla senza decapitazione ma come richiamo al nostro senso di appartenenza ad una comunita' superiore che lotta nella materia ispirandosi al mondo delle idee: giustizia senza giustiziare, difficile certo.
E come recita il Bushido:
義, Gi: Onestà e Giustizia
Sii scrupolosamente onesto nei rapporti con gli altri, credi nella giustizia che proviene non dalle altre persone ma da te stesso. Il vero Samurai non ha incertezze sulla questione dell'onestà e della giustizia. Vi è solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
(Yukio Mishima)
Una volta giustiziare era il polso duro del potere che richiamava la paura per seguire le proprie regole a tutti i cittadini.
Eppure la giustizia nasceva come dike grega, una forma di civilta' opposta e sensata alla tracotanza barbara, alla hybris, condannata per sempre come superbia.
Possiamo parlare di tutte le virtu' ma lo spartiacque fra la civilta' e la barbaria la da proprio la giustizia, il senso di un ordine degli uomini sugli uomini.
Scrollandosi di dosso la giustizia della natura si da finalmente un potere all'uomo e lo si rende simile a Dio.
Spesso il dio cristiano ci da la grazia della giustizia, e siamo richiamati a rimettere ai nostri debitori per rispetto di un dio, che nei secoli e' stato avvicinato alla civilta', alla morale, alla coscienza, alla liberta, all opportunismo.
E il nostro cinismo non basta per essere indifferenti alle ingiustizie.
Uno sdegno profondo brucia nelle nostre vene.
Eppure i piu' furbi che si fanno giustiziare, richiamano ancora la giustizia, per dimostrare che la giustizia applicata e' malata e contorta e che esiste una giustizia superiore, non divina, ma una giustizia libertaria in cui la morale ha solo un valore di convenienza, un valore di normalizzazione, di sopraffazione del potere nei confronti del debole.
Certo chi detiene il potere di esercitare la giustizia puo' truccare la bilancia come vuole, in nome di una giustizia naturale piu' alta, ma spesso questi trucchi servono solo a guadagnare qualche tempo di vantaggio nei confronti dell inevitabile.
A meno che non si abbia cosi' tanta forza da cambiare il senso di giustizia e renderlo come una misura di equilibrio nella civilta', come una moderazione delle differenze, come una prigionia del talento e delle novita'.
La giustizia si confonde con il proprio interesse, che trova sempre una "giustificazione".
Conviene stare all erta nel sollevare la bilancia e nel brandire la spada.
E avere la forza di poggiare nei piatti della bilancia i nostri errori, i nostri orrori prima di pesare quelli altrui.
E possiamo farlo proprio nel momento in cui urliamo il nostro sdegno: possiamo scacciare la nostra hybris piu' violenta e richiamare la virtu' piu' profonda che ci avvicina al nostro dio pensante.
Senza giustizia non c'e' futuro per l'umanita', possiamo esercitarla nelle nostre giornate di scontri quotidiani con i nostri simili e poi richiamarla senza decapitazione ma come richiamo al nostro senso di appartenenza ad una comunita' superiore che lotta nella materia ispirandosi al mondo delle idee: giustizia senza giustiziare, difficile certo.
E come recita il Bushido:
義, Gi: Onestà e Giustizia
Sii scrupolosamente onesto nei rapporti con gli altri, credi nella giustizia che proviene non dalle altre persone ma da te stesso. Il vero Samurai non ha incertezze sulla questione dell'onestà e della giustizia. Vi è solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
(Yukio Mishima)
martedì 4 febbraio 2014
You start me up
Windows ci ha messo il bottone per decenni e quando l ha tolto erano tutti scontenti:
il bottone START !
Dove e' il nostro? Spesso si schiaccia ma il nostro sistema e' impallato, lento e non succede nulla.
Molte volte non lo troviamo nemmeno piu' e lo cerchiamo senza successo e languiamo cosi' tra una ...procedura e l'altra.
Eppure adesso lo montano anche sulle automobili quel bel bottone start grande con cui possiamo iniziare il nostro percorso, percorso stradale, percorso di vita.
Il manuale di istruzioni non ce l'hanno dato, si riesce a strappare qualche pagina su come funzioniamo biologicamente ma che cosa muove il corpo, cosa accende il nostro cuore veramente possiamo solo dopo averlo vissuto e spesso non sappiamo nemmeno ritrovarlo.
E' come avere un tesoro nel deserto, dove tutta la nostra meraviglia non si puo' spendere.
E allora prima di cercare libretti alchemici di istruzioni, mappe psicologiche, neuronali, neuroscienze, pratiche meditative, cambi di stati di coscienza, ipsnosi, giochi mentali, allenamenti di volonta' abbiamo bisogno di trovare il primo bottone del nostro abito di vita: il pulsante start.
Pui' essere anche una canzone che ci rimanda a quella estate famosa, puo' essere un odore che ricorda sensazioni di calore e di accoglienza, puo' anche essere un panorama, una passeggiata lenta, uno sguardo rubato al semaforo.
Il nostro pulsante start puo' essere nascosto ovunque ma bisogna trovarlo adesso.
Prima lo troviamo, prima lo accendiamo, prima iniziamo, prima diventiamo iniziati, prima avviene il passaggio.
Attenzione, mettendo in moto il nostro start non diventiamo maghi, non abbiamo sconti dalle nostre pene, ma abbiamo una strada da percorrere, abbiamo un calvario da percorrere che avra' un monte Golgota dove arrivare.
E con il pulsante start acceso, le frustate della vita, le bastonate degli invidiosi, l'asse della croce, l' aceto, la lancia, la corona, vivendole tutte fino in fondo senza sconti potremo andare ancora oltre.
Nella nostra cultura intrisa di religione pragmatica, di gnosticismo mondano ogni conoscenza, ogni informazione e' un passaggio obbligato verso la salvezza della nostra vita, appunto non come perdono divino, ma come arrivo di un percorso iniziato molto tempo fa con un bottone: start.
Troviamo il nostro start, basta un attimo per iniziare a vivere, soffrire, capire, perdonare, morire e risorgere.
il bottone START !
Dove e' il nostro? Spesso si schiaccia ma il nostro sistema e' impallato, lento e non succede nulla.
Molte volte non lo troviamo nemmeno piu' e lo cerchiamo senza successo e languiamo cosi' tra una ...procedura e l'altra.
Eppure adesso lo montano anche sulle automobili quel bel bottone start grande con cui possiamo iniziare il nostro percorso, percorso stradale, percorso di vita.
Il manuale di istruzioni non ce l'hanno dato, si riesce a strappare qualche pagina su come funzioniamo biologicamente ma che cosa muove il corpo, cosa accende il nostro cuore veramente possiamo solo dopo averlo vissuto e spesso non sappiamo nemmeno ritrovarlo.
E' come avere un tesoro nel deserto, dove tutta la nostra meraviglia non si puo' spendere.
E allora prima di cercare libretti alchemici di istruzioni, mappe psicologiche, neuronali, neuroscienze, pratiche meditative, cambi di stati di coscienza, ipsnosi, giochi mentali, allenamenti di volonta' abbiamo bisogno di trovare il primo bottone del nostro abito di vita: il pulsante start.
Pui' essere anche una canzone che ci rimanda a quella estate famosa, puo' essere un odore che ricorda sensazioni di calore e di accoglienza, puo' anche essere un panorama, una passeggiata lenta, uno sguardo rubato al semaforo.
Il nostro pulsante start puo' essere nascosto ovunque ma bisogna trovarlo adesso.
Prima lo troviamo, prima lo accendiamo, prima iniziamo, prima diventiamo iniziati, prima avviene il passaggio.
Attenzione, mettendo in moto il nostro start non diventiamo maghi, non abbiamo sconti dalle nostre pene, ma abbiamo una strada da percorrere, abbiamo un calvario da percorrere che avra' un monte Golgota dove arrivare.
E con il pulsante start acceso, le frustate della vita, le bastonate degli invidiosi, l'asse della croce, l' aceto, la lancia, la corona, vivendole tutte fino in fondo senza sconti potremo andare ancora oltre.
Nella nostra cultura intrisa di religione pragmatica, di gnosticismo mondano ogni conoscenza, ogni informazione e' un passaggio obbligato verso la salvezza della nostra vita, appunto non come perdono divino, ma come arrivo di un percorso iniziato molto tempo fa con un bottone: start.
Troviamo il nostro start, basta un attimo per iniziare a vivere, soffrire, capire, perdonare, morire e risorgere.
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